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lunedì, settembre 04, 2006

Le pensioni e gli immigrati

Il tema del giorno è: Cosa fare dell’attuale sistema pensionistico.

Ed allora giù a fare previsioni per sottolineare il fatto che si vive di più e meglio; la conclusione, non esplicitata è che siamo una società di vecchi e che i pensionati sono un costo insostenibile.

In sostanza coloro che hanno lavorato per 35 anni non possono più andare in pensione perché camperebbero troppo a lungo e lo Stato entrerebbe in perdita.

Ma scusatemi, a parte il fatto che coloro che vanno in pensione con il cosiddetto sistema misto già ora devono tirare fino ai sessantacinque, e con la pensione ribassata, ma lo sapete che l’obbiettivo dei licenziamenti è il lavoratore cinquantenne? Le aziende non sanno che farsene, producono poco, secondo loro, e non vedono l’ora di licenziarlo.

Allora guardatelo questo quadro, al posto delle vostre belle proiezioni. Una generazione che è stata protagonista della produzione in Italia gettata dai datori di lavoro nel secchio della spazzatura, rimpiazzata magari dagli interinali o dai lavoratori a progetto, una altra generazione, la prossima, in pensione a sessantacinque anni con una pensione da fame, e nel futuro giovani ridotti a mendicare una pensione privata perché fanno parte del cosiddetto “lavoro flessibile”.

E contate pure i danni dell’economia sommersa, l’evasione del lavoro nero, invece di lamentarvi di quelle quattro carabattole provenienti dal mercato asiatico.

E veniamo agli immigrati. Sono coloro che possono garantire un minimo di sopravvivenza per le entrate INPS negli anni futuri, a condizione che si operi una politica reale del governo dell’immigrazione, e che si smetta di considerare un lavoratore immigrato non in regola come un pericoloso delinquente invece che una risorsa per il Paese a cominciare dai contributi pensionistici che saranno versati una volta regolarizzato.
postato da: migranti alle ore 16:47 | link | commenti
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giovedì, agosto 31, 2006

Immigrazione sviluppo e cooperazione

Spesso, quando si affronta il tema delle migrazioni viene posta la necessità dello sviluppo della cooperazione con i Paesi di emigrazione.

Considerazione giusta,ma occorre forse approfondire il ragionamento.

In primo luogo per alcuni Paesi, in special modo per quelli africani il rapporto tra popolazione in età lavorativa e sviluppo del paese stesso è talmente sbilanciato che nessun incremento del Pil, nemmeno esplosivo e quindi nemmeno realistico può risolvere il problema in termini ragionevoli.

La struttura produttiva, lo stato di indebitamento, la continua aggressione alla base della loro economia, per la maggior parte rurale, da parte delle scelte operate  dall’Occidente non permettono nessun incremento del Pil in termini nemmeno accettabili, condannandoli ad un ripiegamento sulle scelte possibili a volte, troppe volte, indicate dall’FMI.

Ora la Cooperazione allo sviluppo è una cosa importante; si può dividere grossolanamente in due tronconi.

1.       La Cooperazione di tipo “governativo” quella cioè basata su accordi tra Stati che prevede in genere grandi opere, in genere realizzate da imprese occidentali. Inutile dire che al Paese in Via di Sviluppo rimane l’opera mentre i proventi della realizzazione, e tutto il know how necessario rimangono presso le imprese costruttrici in Occidente. Ripeto, è una estremizzazione ma il gioco funziona praticamente così.

  1. La Cooperazione non governativa, che si basa su accordi tra Organizzazioni Non Governative dell’Occidente con altre ONG dei Paesi in via di Sviluppo. Si tratta in genere di progetti piccoli, o anche di micro progetti, di sperimentazioni che hanno la loro validità ma che non possono, per la loro struttura incidere grandemente sulla quantità di sviluppo del Paese in oggetto.

In realtà la Cooperazione non governativa ha un grande pregio, quando è fatta bene. Può modificare la qualità dello sviluppo anche se non incide sulla qualità. E’ il caso, ad esempio, della sperimentazione basata sulle coltivazioni che restituiscono valore alla biodiversità e ripropongono prodotti sulla filiera del mercato equo e solidale. Non cito altri esempi per brevità, ma ci sono ottimi progetti in campo medico, nelle attività produttive piuttosto che nelle comunicazioni.

Il vero problema è quello della scelta del governo nell’indicare le attività ed  i Paesi  che  vengono indicati come prioritari, oltre naturalmente allo stanziamento dei fondi necessari.

Occorre però ripartire dall’affermazione principale: la cooperazione non ferma i flussi migratori, perlomeno non nel breve e nel medio periodo.

Può fare però alcune buone cose: ad esempio potrebbe aiutare coloro che vogliono migrare a costruirsi un buon progetto migratorio di partenza, fornendo notizie sui Paesi che si vogliono raggiungere, indicando i bisogni occupazionali di quei Paesi, aiutando attraverso anche  la formazione professionale il raggiungimento di standard accettabili, creando infine nella coscienza di chi vuole migrare la consapevolezza che il suo progetto può essere realizzato od è destinato al fallimento. Non è che questo possa fermare un flusso di disperazione ma insieme alle altre scelte in campo economico e di governo delle migrazioni può essere un buon aiuto.

Infine può essere interessante un attività di aiuto per il reinserimento di chi ritorna con alle spalle il fallimento della migrazione. Non sono pochi. Su di loro pesa il trauma psicologico dovuto alla non riuscita  oltre, molto spesso all’indebitamento necessario alla partenza. Queste persone hanno comunque acquisito esperienze e professionalità che possono essere rimesse in gioco nel loro Paese.

postato da: migranti alle ore 11:16 | link | commenti
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mercoledì, agosto 30, 2006

I cani latrano, la carovana segue il suo cammino

Questo proverbio arabo citava il vecchio Naguib Mahfuz quando veniva a commentare la situazione tra Israele e mondo arabo sulla Palestina. Voleva continuare a spiegare che era nella storia, nel percorso della storia, che arabi ed israeliani dovessero incontrarsi finalmente e che questo incontro sarebbe stato in gran parte la risultante del crescente dialogo culturale universale accelerato dagli effetti della globalizzazione.

Egli, moderato, aveva preso posizione contro la guerra in Irak, pur condannando come feroce dittatore Saddam Hussein.. Prefigurava, come conseguenza diretta un periodo di devastazione in tutto il mondo arabo Le sue posizioni, però, non gli valsero la remissione della fatua che lo aveva colpito e che gli costò nel 1994 un attentato da parte degli integralisti che lo aspettarono sotto casa pugnalandolo al collo.

E’ l’unico scrittore in lingua araba che ha ricevuto il premio nobel per la letteratura, per saperne di più dovrete cercare sui siti, anche in italiano, dedicati a lui ed alle sue opere, siti che peraltro rimandano un amore grandissimo per la sua figura e per le sue opere.

Io ritengo  di poter dire solo che lo ritengo uno scrittore eccezionale; ogni volta che rileggo “Vicolo del mortaio”, od “Il ladro ed i cani”, mi ritrovo nelle strade del Cairo, guidato con presa sicura dai suoi personaggi così veri, dalla prostituta al santo del vicolo, mi ritrovo nel caffè insieme ai soldati e mi dispiace di non poterlo leggere nella sua lingua per poterlo gustare al meglio.
postato da: migranti alle ore 17:34 | link | commenti
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domenica, agosto 20, 2006

Le rotte dei migranti dalla Libia
 
Nella seconda metà di febbraio del 2006 a Bengasi scoppia un moto di protesta contro l’Italia, dovuto all’ex Ministro Calderoli che si mostra con una maglietta con sopra stampata una vignetta ritenuta, ai più, insultante la religione mussulmana.
La polizia libica reprime con durezza il tumulto. Ci sono dei morti
Gheddafi è un politico navigato, uscito dall’isolamento grazie ai buoni uffici italiani, con cui ha fatto un accordo nel 1998; dopo il riconoscimento delle colpe dovute ad attentati terroristici si è avviato un processo di avvicinamento tra Paesi Europei e Libia, rimane un embargo residuo da parte dell’EU per la bomba sul jumbo della Pan Am che esplose a Lockerbie.
 L’Italia mette i suoi buoni uffici e con la revoca dell’embargo nel 2003 si arriva ad un trattato bilaterale per fermare il flusso migratorio dalle coste libiche fino in Italia.
La cosa funziona, a tal punto che c’è chi pensa di costruire i CPT direttamente in Libia.
A febbraio, però le cose cambiano. Gheddafi non può vedere minato neppure in minima parte il suo consenso. Riapre quindi una vecchia questione, il risarcimento dei danni di guerra da parte dell’Italia potenza coloniale, ritira l’Ambasciatore e chiede un gesto riparatore.
Colpo magistrale. Ora Gheddafi è libero dalle pastoie, ha rilanciato con il suo popolo un motivo di rivendicazione verso l’Italia in termini politici e non religiosi, perché non deve far crescere tentazioni integraliste, ed ha riacquisito un potere contrattuale. Questo potere consiste nel non controllare l’attività dei trafficanti di migranti. Di conseguenza l’Italia ora si trova di nuovo a fare i conti con sbarchi continui.
Ma questi sbarchi sono l’effetto e non la causa di un complesso gioco internazionale, sono la risultante di una pressione nei confronti dell’Italia; sono, alla fine, uno strumento di politica internazionale.
Non è la prima volta che ci troviamo di fronte a questa situazione.
Nel 1991 approdò la nave “Vlora” con 30.000 albanesi. Immediatamente si attivarono quegli aiuti e quelle provvidenze promessi e non mantenuti.
Dal 1997 al 2003 gli sbarchi dei curdi si infittirono fino a quando l’ingresso della Turchia in Europa diventò qualcosa in più di una speranza.
Il Ministro D’Alema ha recentemente incontrato una delegazione libica, e senza dubbio il dialogo si è riannodato.
Certo che il Ministro e l’attuale governo avranno dovuto prima ragionare su un comportamento che da un lato ripristini il controllo dei trafficanti e dall’altro svincoli il Paese da una posizione strategicamente debole.
L’Europa intanto sceglie il Senegal come centro di monitoraggio ed operativo per bloccare i flussi migratori verso la Spagna.
La pressione migratoria, quindi si è spostata tutta sulla sponda orientale del Mediterraneo ed è impensabile ritenere che questa si blocchi solo con buoni auspici.
 
Come uscirne?
Innanzitutto riconoscendo qualcosa a Gheddafi, che solo così può presentarsi al suo popolo nelle vesti di vincitore ed a cui non dispiacerebbe per Tripoli un ruolo centrale per il rilancio del dialogo euro-africano
Diventa indispensabile anche una nuova politica dell’immigrazione che abbandoni la visione ideologica del governo Berlusconi e che riconduca in tempi brevi il fenomeno dell’ingresso clandestino a livelli “fisiologici “.
A livello europeo l’approccio globale vaticinato da molti ed in primo luogo dal Commissario Frattini non può ridursi ad iniziative regionali; in sintesi non ci si può limitare   a mettere un a pezza in Senegal per alleviare la situazione spagnola, senza essere consapevoli degli sbilanciamenti che si producono sulla costa orientale del mediterraneo. Significa semplicemente averla messa nel conto.
Inoltre sarebbe interessante riconoscere la validità di alcune proposte provenienti dal mondo della Cooperazione non governativa e dall’Associazionismo, quali il rilancio (che vuol dire anche finanziamenti) della Cooperazione e della Cooperazione decentrata, e l’abbattimento delle commesse per il trasferimento delle rimesse degli emigrati in Europa.
Infine diventa impellente rendere operativo lo spirito della Convenzione 143 dell’OIL che da una parte riconosce come vittime i migranti che affrontano i percorsi delle migrazioni clandestine ma dall’altra parte individua nei trafficanti il nodo criminale da colpire.
Troppo poco si è fatto in questo campo. Occorre una attenzione più specifica delle Polizie e delle Organizzazioni internazionali.
Il Ministro Amato mi pare abbia individuato in questo un nodo importante ed un ambito di lavoro fondamentale.
 
postato da: migranti alle ore 11:01 | link | commenti (2)
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martedì, giugno 20, 2006

Era una Java, e quei giorni di tanti anni fa, quasi trenta, era la moto che ci portava in due a far politica. Era il 1978 ed ero appena tornato dal militare ed ero ritornato ancora più incazzato, con i problemi di sempre e più vecchio di un anno.
Un anno vissuto fuori da Roma ed anche gli assetti politici erano cambiati, si era entrati appieno in quelli che furono definiti gli anni di piombo; il “movimento” era finito, esaurito per tutti, tranne che per quei pochi che non se ne facevano una ragione. La ricerca spasmodica di una fonte di reddito era il mio primo pensiero, non potevo tornare a fare quello che facevo durante gli studi, il buttafuori nelle sale da ballo, ero rimasto senza una compagna fissa e la delusione ancora mi coceva dentro, e dovevo assolutamente ritornare a vivere fuori dalla casa dei miei genitori; per me era il bivio, cedere al nichilismo come tanti, rifugiarmi nella autocommiserazione e farmi colare la coscienza fuori dal cervello o affrontare l’idea che era ora di diventare finalmente adulto.
E Stefano fu il compagno che mi aiutò a passare ad una visione adulta della politica. Non più la visione mitica e mitologica delle masse, ma la classe operaia vera, quella che sta nelle fabbriche e nei posti di lavoro, quella che si organizza nel sindacato, quella che trovava “allora” rappresentanza nel partito comunista italiano. Poche teorizzazioni e molta prassi.
La ricerca di un lavoro diventò non solo il mezzo per soddisfare un bisogno ma lo strumento che ci accomunava, giovani adulti, i tanti che volevamo cambiare il sindacato dei lavoratori con la lotta per il lavoro.
Quindi magari mi capitava di lavorare come commesso in un negozio la mattina e di girare il pomeriggio nelle borgate, per sezioni e circoli, per bar e biliardi per organizzare la manifestazione dei disoccupati, per unificare i trimestrali delle poste, i precari della 285, i “ tiburtaros “ .
E Stefano era l’organizzatore, una sorta di demonio con la criniera leonina e la barba lunga ed irsuta, con la battuta caustica e la risata sempre pronta, che si aggirava per Roma con la sua java, .
Indimenticabile fu l’occupazioni delle terre del Pio Istituto sull’Aurelia e l’intervento della Polizia dovuto non all’occupazione, ma al fatto che verso ora di pranzo, a manifestazione avvenuta, un folto gruppo di manifestanti era andato al mare, distante poche centinaia di metri, ed avevano fatto il bagno completamente nudi in una sorta di festa pagana, sacerdote Stefano, davanti a centinaia di onesti bagnanti in vacanza.
Ecco, questo nei miei ricordi è Stefano, che non ho più rivisto da vent’anni, che conservo in una fotografia in bianco e nero di una delle mille manifestazioni di quella breve stagione. Una fotografia che oggi riporrò in un cassetto, perché non si perda e non si danneggi, perché oggi, a cinquant’anni, Stefano è morto.
postato da: migranti alle ore 16:59 | link | commenti (1)
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Il ministro Amato e l'immigrazione
 
Che dire dell’intervista del Ministro Amato oggi su Repubblica ?
Che finalmente un ministro pone il tema  dell’immigrazione  in termini pragmatici e non ideologici?
Che finalmente un ministro della Repubblica onora la convenzione 143 dell’ OIL e definisce un clandestino “vittima” e non malfattore?
Che finalmente un ministro della Repubblica e specificatamente  il ministro degli interni si fa carico delle difficoltà che gli immigrati incontrano nel rinnovo del soggiorno?
Che dire se non finalmente, dopo cinque lunghi anni di soprusi, di negazione dei diritti.
Il ministro Amato sembra che stia partendo con il piede giusto, ora aspettiamo i fatti.
postato da: migranti alle ore 14:55 | link | commenti
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venerdì, giugno 16, 2006

Le ricette facili
 
Sul Corriere di oggi Magdi Allam mette in guardia dalle ricette facili (e buoniste ) sull’immigrazione.
Nel mirino, oggi c’è l’ipotesi della concessione della cittadinanza ai nati in Italia passando dallo jus sanguinis allo jus solis.
Nell’articolo si sostiene che tale passaggio segnerebbe un ulteriore difficoltà per i giovani extracomunitari che rimarrebbero senza identità e quindi preda dell’integralismo islamico e che si dovrebbe guardare ai fallimenti della politica francese, inglese od europea in generale.
Ritengo che quest’ultima operazione più che necessaria sia doverosa; e che vada fatta non rimanendo in superficie ma scavando più di quel tanto che basta a riempire le quatto righe di argomentazione su una tesi enunciata su un articolo di una cartella e mezza.
In Francia è l’assimilazione che è fallita, cioè non si è compiuto il passaggio dall’enunciazione siete francesi alla pratica. E’ mancato il percorso di integrazione che è il pilastro maggiore del processo identitario. Essere francese, ma non essere trattato come tale è quello che fa perdere l’identità, sicuramente fa anche un tantino incazzare, e qualcuno può pensare che l’unica identità che può liberamente scegliere è quella che gli viene offerta dal credo religioso. Nelle Banlieu la rivolta non è stata sotto il segno dell’Islam ma l’espressione sbagliata anche se disperata, nichilista e perdente di giovani che non hanno futuro e che non se l’aspettano.
Che non sia stata un “cosa” francese è stato evidente come dimostrato dall’indifferenza dei francesi ai fatti, trattati generalmente come episodi di cronaca se non dai soliti quattro intellettuali fuori dal coro. Cosa diversa la rivolta degli studenti che ha coinvolto tutto l’assetto della società.
Anche in quel momento, tanto simile all’assalto ai forni di manzoniana memoria,la Francia non ha trattato i figli degli stranieri come francesi.
Ma torniamo in Italia.
Attualmente il giovane figlio di immigrati che compie diciotto anni, che ha vissuto sempre in Italia, che parla romano, fiorentino o bergamasco, che chance ha, di quale identità si deve sentirsi ammantato quando gli consegnano un diniego di rinnovo del soggiorno perché ha smesso gli studi e magari lavora in nero e nessuno gli fa la domanda di assunzione tramite flussi?
Gli dicono ora te ne torni a casa e quello che deve dire, cosa deve pensare? Ma quale casa. Casa mia è qui sulla Via Prenestina, dove abita mamma mia.
La legge attuale è una legge che ha comportato danni forse irreparabili. Ha riempito l’Italia di clandestini, ha abbassato il livello di tutela dei diritti perché ha lasciato libero il padronato di sfruttare la manodopera più indifesa e ricattabile, ha senz’altro compiuto l’atto più bieco e disumano possibile tentando di privare l’immigrato presente in Italia dell’unica cosa che gli può rimanere: la dignità. Per inciso, anche la Chiesa prende posizione contro i Centri di permanenza temporanea. Sono i benvenuti. Forse se lo avessero detto prima, quando il precedente governo li osannava come elemento di democrazia e qualche prete li dirigeva, la presa di posizione odierna sarebbe meno sospetta.
E’ ora che si metta fine a questo trattamento e se si comincia con la concessione della cittadinanza ai nati sul sacro suolo italico è un buon inizio, che deve essere sostanziato da altre disposizioni, dall’avvio di un processo di integrazione reale.
Non basta la concessione della cittadinanza a fare un cittadino; serve l’integrazione occorre governare il cambiamento di una società che si deve riconoscere tutta in valori condivisi, tra cui il primo è che si è tutti uguali anche se diversi. L’attuale governo deve essere atteso ed incalzato su questi fatti al di là degli annunci.
Questo non è buonismo, al contrario è un sano pragmatismo che ci consente di abbassare l’età media della nazione, che da respiro alle casse dell’Inps, che permette un aumento del gettito fiscale.
Rimane l’ultimo forte argomento. L’integralismo islamico e la “malefica” capacità di possessione dei giovani.
Mi pare che il sentimento anti occidentale che permea alcuni strati degli immigrati in Europa sia stato alimentato più che dagli integralisti dalle scelte dell’occidente.
Ma da questo a diventare terroristi ce ne corre molto, anche perché la fascinazione ha attratto ben pochi individui anche se hanno fatto molti crimini orrendi. La sua essenza è proprio questa, pochi individui con grandi capacità di compiere molti atti malvagi. La necessità di una lotta vera al terrorismo consiste nell’isolare i pochi dal bacino di popolazione che ne potrebbe essere attratta.
Lo sa bene chi in Italia ha vissuto gli anni di piombo e sa che il terrorismo è stato sconfitto prima di tutto dall’isolamento in cui era stato cacciato, nonostante tutti gli estremismi presenti nel Paese in quei tempi.
Tutte le misure antiterrorismo possono essere giudicate valide in periodi critici e per lassi di tempo limitati, ma se c’è un metodo per combatterlo è quello di smascherarlo e di offrire a tutti una alternativa di vita 
 
 
postato da: migranti alle ore 15:13 | link | commenti
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sabato, maggio 20, 2006

Spagna ed immigrazione - Le proposte del Governo

 

La Spagna è preoccupata del fenomeno migratorio che la sta interessando, e che vede le Canarie in prima linea, un po’ come Lampedusa.
Ha quindi annunciato una offensiva diplomatica investendo qualche milione di euro nell’apertura di nuove ambasciate e consolati in Africa, ha eletto una propria sede operativa in Senegal per contrastare l’immigrazione irregolare.
L’iniziativa diplomatica non è fine a se stessa. Il Governo spagnolo intende contrastare i fenomeni migratori contribuendo al “Finanziamento della democrazia, la pace e la sicurezza in Africa. Si tratta “ Di intensificare la cooperazione in materia di governance democratica e di rinforzare le istituzioni; favorire lo sviluppo del rispetto e della promozione dei Diritti Umani; contribuire attivamente nei meccanismi di gestione dei conflitti, con speciale attenzione a quelli del Sudan – Darfur e della Repubblica Democratica del Congo;  dare impulso alla cooperazione in materia di sicurezza, nella lotta al terrorismo, ai traffici illeciti e alla criminalità organizzata.
Mi sembra una posizione interessante, che vede l’immigrazione come effetto, di guerre, di sottosviluppo, di mutamenti rapidi e spesso tragici, e che tenta di contribuire a debellare le cause.
postato da: migranti alle ore 01:44 | link | commenti
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venerdì, maggio 19, 2006

L'immigrazione "choisie" di Sarkozy

 

L’unica costante che io conosca nell’immigrazione è la cosidetta “Catena famigliare”, micro flussi migratori legati alla permanenza di un famigliare od un amico in un paese altro.
Naturalmente il fenomeno è più complesso, perché comunque il progetto migratorio è sempre individuale, e quindi l’arrivo da un parente è solo il ponte per una esperienza migratoria propria.
Governare la catena famigliare attraverso incentivi e programmi mirati di inserimento vuol dire probabilmente governare gran parte dei flussi migratori e rendere più stabile la popolazione immigrata nella società dove ha scelto di vivere.
La nuova legge francese sull’immigrazione dispone esattamente il contrario. Sarkozy propone una immigrazione (scelta) cioè una immigrazione in cui è il paese di accoglienza che sceglie chi deve accogliere e chi no. E’ esattamente il teorema della Bossi Fini, anche se non fu così declamato e che si è dimostrato del tutto errato.
In Italia i senza permesso di soggiorno sono aumentati notevolmente, i flussi migratori non si sono attenuati, dimostrando che un divieto non basta ad arginare un fenomeno che deve essere invece governato.
Sarkozy imputa l’esclusione, i fenomeni di xenofobia e di razzismo, il mancato inserimento alla immigrazione irregolare.
E’ completamente falso, perché, e la rivolta delle Banlieu lo ha fatto emergere con tutta chiarezza, è il sistema di integrazione che non funziona.
Scegliere chi può immigrare in un paese non è una scelta, è solo strizzare l’occhio alla destra più estrema che resasi conto che non si può fare a meno dell’immigrazione la vuole ridurre solo a merce che deve essere consumata e di cui si può fare a meno volentieri a seconda dei casi.
La scelta avviene già nei meccanismi del mercato del lavoro. Ad esempio la disfunzione del welfare italiano ha creato una necessità di lavoro di cura che è stata colmata con flussi di donne che si sono proposte come badanti pur di venire in Italia e di lavorare.

Anche qui il discorso è molto più complesso perché occorre definire regole del mercato del lavoro giuste e non punitive come quelle della legge 30.

postato da: migranti alle ore 10:56 | link | commenti
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mercoledì, maggio 17, 2006

Italiano aggredito

Dalle ultime notizie sembra che l'Italiano che ha denunciato una aggressione da parte di naziskin in Germania si sia inventato tutto. Tanto meglio

A proposito; 40 lapidi al cimitero ebraico milanese sono state distrutte. Non si può ascrivere il fatto ad un semplice atto vandalico. E' lo stesso antisemitismo di sempre e sempre c'è il serpente nazifascista dietro.

postato da: migranti alle ore 16:24 | link | commenti
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